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Il cambio della guardia

Agli inizi del 1943 la situazione militare dell’Asse era precipitata nel baratro. Si registrava sul fronte orientale l’efficacia dell’operazione Urano attuata dall’Armata Rossa. Categorico era l’appello del 24 gennaio formulato da Hitler all’armata del feldmaresciallo von Paulus:

Proibisco la resa. La sesta armata terrà le posizioni fino all’ultimo uomo e all’ultima cartuccia, e con la sua eroica resistenza darà un indimenticabile contributo alla costituzione di un fronte di difesa e alla salvezza del mondo occidentale.

Tuttavia dopo circa una settimana di combattimenti a Stalingrado e di strenua resistenza, accerchiati dall’armata di Stalin, con viveri ed armamenti in esaurimento, la sesta armata di Friedrich von Paulus si arrende alla soverchiante superiorità del nemico. La notizia della fatale capitolazione scatena l’ira del Führer, che dichiarerà ai suoi più stretti collaboratori:

Si sono semplicemente arresi, mentre avrebbero dovuto stringere le file, formare un baluardo e poi uccidersi con l’ultima loro pallottola […] Quell’uomo [von Paulus] avrebbe dovuto uccidersi con un colpo di pistola allo stesso modo che i capi antichi si gettavano sulla punta delle loro spade, quando vedevano che la loro causa era perduta.

Anche dal fronte africano non giungono notizie positive: continua inevitabile la rovinosa ritirata strategica di quello che resta dell’Asse. Il feldmaresciallo Rommel accusa i colpi dei suoi stenti, sia fisicamente che moralmente. Tuttavia il suo disegno è chiaro: congiungersi all’armata del feldmaresciallo von Arnim in Tunisia nel tentativo di unire le forze per un’accanita resistenza. Ciò significa la perdita della Tripolitania, alla quale il Duce si oppone con vigore, ma non può far nulla che accettare la conquista di Tripoli ad opera dell’armata di Montgomery, avvenuta il 23 gennaio.

Giuseppe Bottai, ministro dell'educazione nazionale dal 15 novembre 1936 al 5 febbraio 1943.

Giuseppe Bottai, ministro dell’educazione nazionale dal 15 novembre 1936 al 5 febbraio 1943.

Anche la situazione politica in Italia si deteriora ogni giorno che passa. Mussolini non è più quell’uomo saldo nelle sue scelte, non era più da tempo l’uomo della Provvidenza. Era un uomo segnato dalla perdita del figlio prediletto Bruno, dalla malattia che continuava a consumarlo dentro, dalla situazione di emergenza che viveva il Paese e che lo provava moralmente. Tutti questi sintomi di mancanza di lucidità lo portavano a diventare succube di quella logica autodistruttiva professata dal suo alleato tedesco. Ma ne era consapevole. Era conscio del fatto che le sorti del Paese erano ormai legate a quelle della Germania: se gli Alleati avessero vinto l’Asse sarebbe uscita sconfitta, ma anche qualora avessero vinto i tedeschi l’Italia sarebbe uscita vinta dalla guerra, soggiogata dal potente alleato. Intanto continuavano i bombardamenti sui maggiori centri italiani, e il 14 febbraio Milano venne colpita pesantemente. La situazione diventava sempre più critica anche dentro il Partito Nazionale Fascista: si stavano acutizzando i forti dissidi interni, alcuni dei quali repressi o tenuti nascosti da tempo, ma che avevano trovato sfogo nella stessa situazione che viveva il Paese, sia nei confronti della politica adoperata dal Duce e sia nei riguardi degli alleati tedeschi, motivati entrambi dall’aggravarsi del difficile contesto bellico. Il ministro Giuseppe Bottai annoterà in data 21 gennaio:

La malinconia dell’ora si sfoga in cattive pasquinate sulla malattia di Mussolini, la prima, quando lo si riteneva spacciato: ‘egli è fortunato: morrà’; l’altra, quando lo si sa fuori pericolo: ‘tutto in lui è infondato, anche il cancro’.

Il 26 marzo, data successiva ad un incontro tra Dino Grandi e un Duce sempre più schiavo del suo tavolo di lavoro nella sala del Mappamondo in palazzo Venezia, l’ex ministro di Grazia e Giustizia riporterà nel suo diario la seguente dichiarazione:

Ha il viso pallido, quasi terreo; profondi solchi sulle guance denunciano la sua tempesta interiore. Sento una grande pena per quest’uomo di indiscutibile grandezza, di indiscusso e quasi patologico amore per la patria, ormai prigioniero del suo demone interiore. Il suo amore per l’Italia si è confuso a poco a poco, inconsapevolmente, colla sua ambizione di dittatore e coll’assurdo sogno di diventare una specie di pontefice di una ancora più assurda palingenesi europea. Tutto ciò gli ha fatto perdere il senso delle proporzioni e commettere dapprima l’errore imperdonabile di avere ucciso il fascismo trasformandolo in un cesarismo da basso impero, in seguito l’errore tragico e irrimediabile di schierarsi in guerra a fianco della Germania nazista, gettando il Paese in uno spaventoso conflitto da cui l’Italia non potrà uscire se non vinta ovvero schiava del suo potente alleato. Mussolini non può fare a meno di rendersi conto che le sorti della guerra sono ormai segnate, che colla sconfitta dell’Italia è in gioco la stessa nostra unità nazionale, che l’esercito è stanco di combattere una guerra non sua, che il popolo italiano, il quale per venti anni ha idolatrato a lui abbandonandosi colla cieca fiducia di un amante, non lo segue più e già si intravedono i segni di un doloroso rancore di chi si sente tradito. E’ un rancore che può scoppiare improvvisamente con conseguenze incalcolabili, coinvolgendo non soltanto le sorti di un regime, ma altresì la vita della nazione. Si renderà conto Mussolini che i regimi politici, qualunque essi siano, sono transeunti nella vita di una nazione e che il dovere di un patriota è quello di salvare la nazione, sacrificando se stessi ed altresì le sorti del regime?

Tuttavia, il 2 febbraio, Benito Mussolini tenne un discorso davanti ai legionari della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.), intenzionato a voler dare una ferma risposta alla resa incondizionata, espressa dal presidente americano Franklin Delano Roosvelt:

Davanti all’insensato, criminale, pubblicitario dilemma di Casablanca, noi, insieme con i nostri camerati dell’Asse e del Tripartito, rispondiamo che non molleremo mai fin quando saremo capaci di tenere nel nostro pugno un’arma di combattimento.

Tra il 5 e il 15 febbraio 1943 venne formato dal Duce l’ultimo gabinetto fascista, quello che veniva definito il cambio della guardia. Vennero sostituiti quasi tutti i ministri, e insieme ad essi anche molti sottosegretari. Parallelamente fu istituito il ministero per la produzione bellica.

MINISTERI ITALIANI: PRIMA DEL 5 FEBBRAIO 1943 E DOPO IL 15 FEBBRAIO 1943

PREDECESSORE

MINISTERO

SUCCESSORE

Benito Mussolini1

Luigi Russo

Carlo Favagrossa2

Presidenza del Consiglio dei ministri

Benito Mussolini

Amilcare Rossi

Benito Mussolini

Guido Buffarini Guidi

Ministero dell’interno

Benito Mussolini

Umberto Albini

Galeazzo Ciano

Ministero degli affari esteri

Benito Mussolini

Giuseppe Bastianini

Benito Mussolini

Antonio Scuero

Ministero della guerra

Benito Mussolini

Antonio Sorice

Benito Mussolini

Arturo Riccardi

Ministero della marina

Benito Mussolini

Arturo Riccardi

Benito Mussolini

Rino Corso Fourgier

Ministero dell’aeronautica

Benito Mussolini

Rino Corso Fourgier

Giuseppe Gorla

Pio Calletti

Ministero dei lavori pubblici

Zenone Benini

Pio Calletti

Paolo Ignazio Maria Thaon di Revel

Pietro Lissia

Ministero delle finanze e del tesoro

Giacomo Acerbo

Giovanni Host-Venturi

Giovanni Marinelli

Ministero delle Poste e Telegrafi

Vittorio Cini

Giuseppe Peverelli

Renato Ricci

Giuseppe Lombrassa

Ministero delle Corporazioni3

Carlo Tiengo

Luigi Contu

Carlo Pareschi

Michele Pascolato

Ministero dell’agricoltura e foreste

Carlo Pareschi

Gutierez Michele Spadafora

Giuseppe Bottai

Riccardo del Giudice

Ministero dell’educazione nazionale

Carlo Alberto Biggini

Dino Grandi

Antonio Putzolu

Ministero di grazia e giustizia

Alfredo de Marsico

Antonio Putzolu

Aldo Vidussoni

Ministero del Partito Nazionale Fascista (P.N.F.)

Aldo Vidussoni

Alessandro Pavolini

Gaetano Polverelli

Ministero per la cultura popolare

Gaetano Polverelli

Renato Rinaldi

Raffaello Riccardi

Ministero per gli scambi e valute

Oreste Bonomi

Ministero per la produzione bellica

Carlo Favagrossa

Attilio Teruzzi

Ministero dell’Africa italiana

Attilio Teruzzi

Sono riportati in corsivo i sottosegretari dei vari ministeri. Di seguito riportiamo i vari apici:

1Benito Mussolini, Presidente del Consiglio con vari incarichi ad interim.

2Carlo Favagrossa, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per le Fabbricazioni di Guerra. Dopo il 06.02.1943 diventa Ministro per la produzione bellica.

3 Ministero delle Corporazioni, precedentemente Ministero dell’industria, del commercio e del lavoro. Dopo il 30.04.1943 si aggrega nel Ministero un altro sottosegretario, Giovanni Battista Baccarini.

Dino Grandi, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (dal 30 novembre 1939 al 2 agosto 1943). È stato anche Ministro di Grazia e Giustizia ed era considerato uno dei maggiori antagonisti di Mussolini nella leadership del P.N.F.

Dino Grandi, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni (dal 30 novembre 1939 al 2 agosto 1943). È stato anche Ministro di Grazia e Giustizia ed era considerato uno dei maggiori antagonisti di Mussolini nella leadership del P.N.F.

Tutt’ora rimangono avvolte in un alone di mistero le ragioni che spinsero il Duce ad istituire il suo ultimo governo. Un’ipotesi poteva essere valorizzata dall’idea che Mussolini volesse distrarre l’opinione pubblica dalle notizie provenienti dai fronti: la perdita della Tripolitania e la resa in Russia dei 91’000 dell’armata del feldmaresciallo von Paulus. L’altra, che tuttavia era la più accreditata negli ambienti del partito, veniva formulata sui timori del Duce che, trovando come escamotage la precedente ipotesi, voleva liquidare coloro che potessero fare la fronda all’interno del governo. In effetti, come detto in precedenza, molti gerarchi nutrivano – alcuni già da tempo – delle forti perplessità nei confronti del Duce, timorosi per l’andamento della guerra e per il futuro del fascismo, nonché della stessa Nazione. Ai già citati Giuseppe Bottai e Dino Grandi, si aggiungeva l’ex sottosegretario al Ministero dell’Interno Guido Buffarini Guidi, il quale – nonostante seguirà Mussolini fino alla tragica fine della futura Repubblica Sociale Italiana – aveva avuto già forti diatribe col Duce circa le leggi razziali del 1938 (benché fosse stato uno dei sottoscrittori del Manifesto della Razza), sebbene in seguito smentirà il suo stesso operato ed i suoi precedenti legami con gli ambienti italiani antitedeschi. Infatti in passato aveva stretto una alleanza politica con un altro illustre gerarca del fascismo: l’ex ministro degli esteri – nonché genero dello stesso Mussolini in quanto aveva sposato sua figlia Edda il 24 aprile 1930 – il conte di orgini livornesi Gian Galeazzo Ciano. Questi si era sempre dimostrato ostile all’alleanza con la Germania, nonostante fu lui a sottoscrivere il Patto d’acciaio con von Ribbentrop. Nonostante avesse avuto sempre una grande stima nei confronti del suocero, era ormai già da tempo che aveva iniziato a discostarsi dall’operato del Duce, acutizzando ancor più la sua convinzione antitedesca. Tuttavia quest’ultima ipotesi che aveva portato Mussolini ad attuare l’ultimo cambio della guardia era presa in considerazione anche dall’ex ministro dei lavori pubblici Giuseppe Gorla, il quale riporterà in una sua opera la confessione fattagli da Dino Grandi:

Per liquidare Ciano e Buffarini si è generalizzato con la sostituzione, per cui tutti i ministri sono stati adoperati come contorno alla liquidazione di due elementi di cui voleva disfarsi.

Author: Alessio Sacquegna

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