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La viabilità romano-messapica del Salento

Fronte viario antico

In epoca antica e medievale, la penisola salentina era una terra ambita per il commercio con l’Oriente e con le altre tratte mediterranee. La sua posizione geografica e il suo aspetto morfologico, sostanzialmente pianeggiante, ne facevano una delle principali porte d’Europa, luogo di partenza e di arrivo di merci pregiate, da qui partivano anche spedizioni militari o pellegrinaggi verso la Terrasanta, e qui più volte sbarcarono i musulmani con l’intento di insinuarsi in Europa.
A causa della forte antropizzazione, dell’antica viabilità terrestre ci resta oggi ben poca traccia. Il territorio salentino è attualmente solcato da strade moderne che seguono sostanzialmente le stesse linee direttrici di quelle antiche, cancellando quasi ovunque le loro tracce. Tuttavia, l’analisi del territorio e la ricerca sia storica che archeologica hanno dato discreti risultati ed è in parte possibile ricostruire gli antichi tracciati viari.
Lo studio più completo a riguardo è quello offerto da Giovanni Uggeri nel volume “La viabilità romana nel Salento“, edito nel 1983. Le sue ricerche si sono basate anche su fonti storiche greche e latine, che gli hanno fornito utili informazioni relative a quasi tutta la viabilità della penisola salentina e a quelle fra i suoi principali centri abitati.
Altre importanti fonti antiche sono gli itineraria, ossia documenti – scritti o dipinti – che contengono indicazioni riguardo alle distanze in miglia fra tappe successive e ai relativi giorni di viaggio.
La Tabula Peutingeriana, il più significativo fra gli itinerari conservatisi, è da riferire alla metà del IV secolo d.C. Si tratta di un rotolo di pergamena – costituito dalla successione di 12 fogli – sul quale è rappresentato l’Ecumene (il mondo antico così com’era conosciuto all’epoca della sua redazione), con l’indicazione dettagliata di tutte le strade, delle stazioni intermedie, dei toponimi e delle distanze misurate in miglia. La Tabula Peutingeriana è l’unico itinerario che offre un quadro completo del sistema stradale della penisola salentina – rappresentata sulla VII pergamena – con l’evidenziazione dei capita viarum per mezzo di un simbolo convenzionale (due edifici accostati): Brindisi, Ydrunte, Castra Minervae e Tarento. Sull’itinerario – inoltre – sono distinte due subregioni: la Calabria, lungo il versante adriatico, e quella dei Sallentini sul lato ionico, secondo la tradizionale nomenclatura.

Tabula Peutingeriana

Tabula Peutingeriana

Anticamente, quando il Mediterraneo era solcato dalle navi delle colonie greche e fenicie, la penisola salentina era abitata dai Messapi, un popolo fiero che difendeva la propria indipendenza anche dagli assalti della ricca e potente Taras greca (l’odierna Taranto). Le città messapiche erano situate tutte a circa cinque chilometri dalla costa ionica (ad eccezione di Manduria). Tra Taranto e l’attuale Santa Maria di Leuca, città come Nardò, Alezio, Ugento e Vereto furono realizzate mantenendo  una distanza media di 11 miglia tra loro.
Le città messapiche erano collegate tra loro da una strada (la Via ‘Sallentina’) che correva lungo la costa ionica. Ognuna di esse era poi collegata ad un proprio porto-emporio sulla costa. Questo sistema di viabilità, creato in epoca messapica e poi ricalcato ed ampliato dai romani, ci è stato in parte riportato dalla famosa tavola peutingeriana, redatta in epoca imperiale. Tale sistema è stato poi sicuramente utilizzato in epoca medievale e nella prima età moderna, non essendoci stata, di fatto, alcuna modifica alla viabilità fino a tutto il XVIII secolo.In epoca Romana, la viabilità del Salento, come già detto, continuava ad insistere sul sistema viario di età messapica. Il potere centrale romano – infatti – si limitò a realizzarne uno, organico e continuo, a partire da preesistenti arterie ed effettuando una serie di rettifiche, pavimentazioni ed ulteriori infrastrutture. Utilizzando le primitive carrarecce dei Messapi, i Romani svilupparono la viabilità salentina nei due assi principali che seguono parallelamente la linea costiera jonica e adriatica. Le vie principali, che in questa fase caratterizzano il sistema viario del Salento, sono l’Appia, la Traiana, la Traiana ‘Calabra’ e la ‘Sallentina’.

LA VIA APPIA

La principale linea viaria che giungeva da Roma nella penisola salentina era la Via Appia, che attraversava Taranto (Tarentum) e cessava la sua corsa al porto di Brindisi (Brundisium). La via Appia – costruita nel 312 a.C. – fu la prima via censoria della storia di Roma. La strada, originariamente, congiungeva Roma a Capua. Nel 272 a.C. fu prolungata fino a Benevento e, subito dopo la conquista di Taranto, fino alla città jonica.
Il tratto salentino fu realizzato in seguito al graduale declino di Taranto e alla continua ascesa di Brindisi, con il suo porto orientato verso i mercati d’Oriente. L’organizzazione centralizzante di Roma dovette semplicemente limitarsi a ricalcare quell’arteria istmica preesistente tra Taranto e Brindisi, ovvero la vecchia ‘Albana’, riadattandola con rettifiche, pavimentazioni e opportune attrezzature. La via Appia divenne, per circa tre secoli e mezzo, il principale asse di collegamento tra Roma e l’Oriente, attraverso la testa di ponte rappresentata dal porto di Brindisi.
Sembra di poter cogliere un ulteriore arricchirsi delle infrastrutture viarie tra il II e IV secolo, dovuto probabilmente all’imperatore Costantino; difatti, ad esempio, alla tappa unica indicata dall’Itinerarium Antonini per il tratto Taranto-Brindisi si intercalano, sulla Tabula Peutingeriana della metà del IV secolo, le tre stazioni intermedie di Mesochorum (presumibilmente Monteiasi), Uria/Urbius (Oria) e Scamnum (Latiano), in modo da ripartire le 44 miglia complessive in quattro tappe. Uria (Oria) in particolare serviva come mansio, ossia come stazione itineraria intermedia, che permetteva ai viaggiatori di rifocillarsi, di pernottare e di sfruttare le stalle per far riposare e cambiare i cavalli.
Brindisi e Taranto, quindi, rappresentavano per il territorio salentino di epoca romana i due principali punti di accesso alla via Appia e ai mercati dell’Impero. Soprattutto Brindisi, con il suo trafficato porto, offriva ai viaggiatori due vie per raggiungere Roma: una, appunto, l’Appia,che passa per Taranto, attraversa Venusia e percorreva la Lucania fino a Benevento e l’altra, di più recente costruzione (via Traiana), che attraversava il territorio dei Peuceti, dei Dauni, dei Sanniti fino a Benevento costeggiando il mare adriatico.

AppiaAnticaPercorso

Itinerario della via Appia e della via Traiana

I basalti vulcanici, che si riferiscono al lastricato, sono tuttora conservati presso il Museo del Teatro Romano a Lecce ma della via Appia in terra salentina rimane attualmente ben poco. La strategicità commerciale, militare e turistica ancora attuale del porto di Taranto, dell’Hub di Brindisi e dell’aeroporto di Grottaglie (inseriti nel cosiddetto “Corridoio 8”) hanno fortemente antropizzato l’antico tratto della via Appia, che è stato sostituito abbastanza fedelmente dall’attuale E60 Brindisi-Taranto.

 

LA VIA TRAIANA ‘CALABRA’

La Via Traiana ‘Calabra rappresentava la principale diramazione adriatica che, partendo da Brindisi, proseguiva a sud fino a raggiungere la località di Otranto (Hydruntum). La denominazione Calabra, non pervenuta da alcun documento antico, è utilizzata dagli studiosi per indicare il tratto viario che congiungeva appunto Brindisi ad Otranto e per distinguerla dal tratto che si sviluppa a nord di Brindisi, denominato Via Traiana.
Nata in seguito al potenziamento dello scalo di Otranto, la Via Traiana fu proclamata via pubblica nel 109 d.C. e fu fortemente voluta dall’imperatore Traiano. La strategicità dell’opera stava nel collegare in modo più veloce la capitale dell’impero con l’ormai sempre più importante scalo di Otranto, che aveva di fatto sostituito quello di Brindisi. Lupiae/Rudiae (Lecce) – come risulta da tutti gli itinerari – era ubicata a metà percorso ed assolveva alla funzione di mansio. Valesio rappresentava una mutatio intermedia nel tratto Brundisium-Lupiae, mentre la mutatio ad XII era la tappa intermedia tra Lupiae-Hydruntum.
La via Traiana ‘Calabra’, durante gli anni, ha assunto un ruolo fondamentale negli spostamenti militari, commerciali e religiosi da e per Otranto. Nel corso dell’impero dovette essere probabilmente potenziata con restauri e con nuovi manufatti. Così la menzione di Pausania relativa alla costruzione del porto adrianeo di Lecce, tra Brindisi ed Otranto, fa pensare ad una conseguente valorizzazione dell’arteria stradale.
All’epoca della spedizione partica di Marc’Aurelio e Lucio Vero, la strada avrebbe ricevuto ulteriori benefici, come sembrano indicare le due statue onorarie poste al suo termine, ad Otranto, dove ne conservano ancora le due basi iscritte, riutilizzate come stipiti dell’ingresso della casa Arcella sul corso Garibaldi. Nel sesto secolo la strada risultava al centro degli spostamenti militari nel corso della guerra gotica; Procopio la descrisse ancora percorribile in due giornate. Essa è ancor utilizzata nel XII secolo, secondo la concorde testimonianza di Guidone ed Edrisi. Ma di certo l’importanza della via dipese in gran parte dalla funzione di nuova porta dell’Oriente assunta da Otranto man mano che acquistò nei traffici del canale, che si dirà appunto d’Otranto, quel ruolo che aveva tenuto dapprima il grande porto brindisino.
La città di Otranto era ormai sentita come la meta finale della via Appia, della via Traiana e forse anche della via Flaminia. La fortunata ascesa di questa città sarà poi suggellata dalla preminenza attribuitale dell’ordinamento amministrativo bizantino, per cui il tema Calabria prese successivamente la denominazione di Terra d’Otranto.
È molto difficile, ormai, individuare i tratti della Via Traiana a nord di Brindisi e quelli compresi tra Brindisi e Lecce (salvo alcune zone localizzate). Anche in questo caso, le esigenze moderne hanno fortemente antropizzato tali aree e sostituito l’antica via con l’attuale SS 613 Lecce-Brindisi e la direttrice ferroviaria AC/AV nazionale e transnazionale.
Uno dei tratti attualmente più significativi della probabile Via Traiana Calabra si trova in un bosco di proprietà privata (appartenente a Masseria Saittole), in agro di Calimera. È una grande strada a doppio binario, ora purtroppo nascosta dal bosco o sepolta dalla moderna via provinciale, che rende pienamente l’idea della mole di traffico che doveva sostenere.

Calimera, Masseria Saittole

Calimera, Masseria Saittole

LA VIA SALLENTINA

La Via Sallentina, realizzata dai Messapi e successivamente rettificata e potenziata dai Romani, si estendeva su tutta la penisola salentina attraverso un percorso complessivo di circa 161 Km. Si trattava di una strada paralitoranea che, da Taranto, giungeva ad Otranto passando per Veretum (Patù), a breve distanza dal Capo Japigio, e costituiva il naturale prolungamento della via Appia. Essa seguiva la direzione Leuca (Veretum) toccando importanti centri come Manduria (Manduris), Nardò (Neretum), Alezio (Baletum) e Ugento (Uzintum);  proseguiva poi sul versante adriatico, attraversando Castro (Castra Minervae) e raggiungendo, appunto, Otranto (Hydruntum).
L’apice della sua importanza fu raggiunto in età messapica, mentre in età romana la via ‘Sallentina’ rappresentò sostanzialmente un tracciato ad interesse locale, tagliato fuori dai grandi flussi commerciali e militari dell’epoca che, come già detto, erano più interessati ad Oriente. Come detto anche nella premessa, la via ‘Sallentina’ era strutturata con il susseguirsi di una serie di città messapiche collocate a circa 5 Km dalla costa, distanti tra loro circa 11 miglia e collegate ognuna al proprio porto-emporio. Così, Manduria a parte, la via Sallentina si ramificava in diversi accessi costieri: partendo da nord vi era Senum (presumibilmente l’attuale Porto Cesareo), poi Naunia (ossia il porto-emporio di Neretum, presumibilmente Santa Maria al Bagno), seguiva Gallipolis Anxa (ovvero il porto-emporio di Baletum), poi San Giovanni (porto-emporio di Uzintum) e infine San Gregorio e il capo di Leuca (porti-emporio di Veretum).
Dopo il crollo dell’Impero romano i successivi dominatori della penisola salentina – i Bizantini – non hanno avuto la stessa cura per la manutenzione delle strade dei loro predecessori e, anche se ricorsero lo stesso all’uso della viabilità romana, i fenomeni di degrado iniziarono a prevalere su quelli di conservazione, con i conseguenti disfacimenti e frammentazioni della rete stradale.
Presso il villaggio rupestre di Macurano si può ammirare un tratto di questo grande snodo stradale. Lungo queste grandi vie di comunicazione non è raro ritrovare anche piccole necropoli, tombe che gli archeologi classificano tutte come medievali.
Un altro importante tratto della via Sallentina è situato a Uggiano la Chiesa, presso la Masseria San Giovanni Malcantone, in un luogo caratterizzato anche dalla presenza di un menhir e di un’antichissima chiesetta.
Gli studi di Giovanni Uggeri – sebbene risalenti a venticinque anni fa – rappresentano tuttora l’analisi più dettagliata sulla via Sallentina, almeno per quanto concerne l’area ionica a sud di Taranto, che è stata dettagliatamente riportata su mappe topografiche. Uggeri ha rintracciato quasi completamente l’antico percorso che da Manduris (Manduria) arrivava fino a Veretum (Leuca), passando per Neretum (Nardò), Baletum (Alezio) ed Uzintum (Ugento). In particolare, l’autore localizza e descrive il primo tratto del tracciato che va da Taranto a Manduria e, continuando per il secondo tratto, Manduria-Nardò, individua con certezza il tracciato fino ad Avetrana e fino alla masseria Abbatemasi, nel cuore dell’Arneo.
Il tratto Manduria-Nardò è il più lungo nella Tabula e attraversa tutto il comprensorio “Arneo” (le Fattizze, Mandria Carignani, Masseria S. Chiara, Masseria Maramonte, Masseria Donnadomenica, Masseria Ingegna, Masseria Cortirossi, Masseria Salmenta, Masseria Roto Galèta e Masseria Giudice Giorgio). A metà percorso verso la costa ionica, distante appena 3 km, vi è inoltre l’insediamento di “Scalo di Furno“, che va dal XVIII – XVII sec. a. C. al periodo messapico e romano.
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Via Sallentina 1883

Percorso della via Sallentina in terra d’Arneo

Via Sallentina 1947

Percorso della via Sallentina in terra d’Arneo, Scalo di Furno

Relitti di questa viabilità sono spesso rintracciabili nelle campagne dell’Arneo e precisamente a nord di Porto Cesareo. La conservazione nel tempo di tali reperti può essere dovuta al fatto che la città di Nardò, nel corso della sua storia, ha conservato la sua centralità nei flussi di traffico. Infatti, mentre già in epoca romana le città messapiche di Manduris, Baletum e Veretum venivano progressivamente abbandonate, Neretum (assieme a Uzintum) conservava una certa importanza, divenendo in epoca cristiana anche sede vescovile. Necessitava, quindi, di una costante ed incisiva manutenzione dei propri tratti stradali.
Il primo tratto, ben visibile, è quello custodito all’interno dei recinti di Casa Arneo, una piccola casa colonica presso villaggio Boncore (Nardò).

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Tracce di via Sallentina, Casa Arnèo

Continuando verso sud si giunge al secondo tratto, localizzato all’interno di un uliveto al confine tra i fondi Salmenta e Cortirossi.

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Tracce di via Sallentina, area Salmenta-Cortirossi

Il terzo tratto è visibile presso la Masseria Salmenta, lungo la SP21 che collega Porto Cesareo e Leverano.

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Tracce di via Sallentina, SP21 Porto Cesareo – Leverano

E infine, il quarto tratto è visibile nei pressi della Masseria Roto Galèta (Nardò).

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Tracce di via Sallentina, masseria Roto Galèta

Roto Galèta

Planimetria, Roto Galèta e Bellanova

I PERCORSI ISTMICI TRA ADRIATICO E IONIO

I percorsi istmici tra lo Ionio e l’Adriatico avevano nell’antico Salento l’essenziale funzione di collegare i principali insediamenti portuali tra loro con strade carraie, evitando di dover doppiare via mare il capo di Leuca.
Quello più a sud collegava i porti di Hydruntum e di Gallipolis Anxa, passando per Alezio e per Muro Leccese. Un altro collegava il porto di Nardò, Naunia (molto probabilmente Santa Maria al Bagno), a Roca Vecchia (Portus Tarentinus), passando da Galatina, Soleto (Soletum) e Calimera. Infine, quello più a nord collegava Senum (Porto Cesareo) a San Cataldo (Statio Miltopea), passando da Leverano e Lecce (Lupiae/Rudiae). Ovviamente, il tratto terminale era costituito dalla Via Appia che collegava Taranto e Brindisi.
Questi percorsi, tuttavia, non avevano la stessa importanza delle vie prima citate, ma avevano la loro utilità per gli scambi dell’entroterra e per le attività agricole che hanno da sempre caratterizzato queste terre.
Anche i reperti di queste vie carrarecce, gradualmente sostituite con le attuali strade provinciali (che riproducono fedelmente gli stessi tragitti), sono sparsi un po’ ovunque in seguito allo sviluppo viario, agricolo e insediativo del territorio.

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Maglie, via dell’olio

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Percorso carrereccio


Fonti:
La viabilità Romana nella penisola salentina (di M. Cavalera e N. Febbraro)
La via Appia da Taranto a Brindisi, Problemi Storico-Topografici (di G. Uggeri)
La viabilità antica tra Taranto e Brindisi: la via Appia antica (di Meluta Miroslav Marin)
La via Traiana ‘Calabra’ (di G. Uggeri)
L’antica viabilità nel territorio neretino (di Maria Vittoria Mastrangelo)
Veglie e la viabilità antica lungo la via Sallentina in Arneo (note a cura di L. Catamo, N. Gennachi, G. Negro)
La via Sallentina

Author: Daniele Perrone

Dottore triennale in Ingegneria Civile. Appassionato di argomenti tecnico-scientifici, urbanistica, ambiente e politica pragmatica.

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