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Una via istmica all’origine di Salice Salentino?

Nel periodo tardoantico il panorama salentino è caratterizzato dallo sviluppo di strutture agricole produttive, che almeno fino al VI secolo supportano con una certa continuità le istituzioni urbane. Ciò viene testimoniato anche dalla ripresa dell’insediamento sparso rurale: sono riattivati vecchi modelli di insediamento paganico-vicano della prima età imperiale, supportando enormi latifondi di dominio pubblico ed ecclesiastico, praetoria private e domus rustiche.
Questo assetto permane ancora nella prima fase di passaggio dal tardoantico all’altomedioevo, in cui sono in auge le strutture urbane: mentre molte città romane diventano diocesi, facendo coincidere quindi la qualifica d’istituzione urbana con quella ecclesiastica, si registra anche l’ascesa di altri centri. Questo avviene in modo particolare per quelle urbs che godono di posizione favorevoli in relazione ai commerci e ai transiti.
Il collasso vero e proprio di alcune strutture urbane avviene però tra la fine del VI e gli inizi del VII secolo, in seguito a due battute d’arresto, corrispondenti alla guerra greco-gotica e alle incursioni longobarde.
Sebbene la guerra greco-gotica non coinvolge direttamente la Puglia, come è stato rilevato da Martin e Noyè1, salvo in maniera sporadica nelle sue fasi finali, essa si ripercuote sul territorio con conseguenze deleterie, costituite dall’interruzione dei servizi di comunicazione e dal progressivo calo demografico. Partendo dunque da questo periodo storico fino al XI secolo si avvia un processo di destrutturazione urbana che, coinvolgendo diverse urbs salentine, è conseguente ad una conversione della funzione logistica delle merci ad una legata prettamente a quella strategica e militare. In quest’ottica rientrano anche le stesse reti viarie: infatti già il periodo tardoantico segna un passaggio di testimone in termini d’importanza dalla via Appia alla via Traiana e l’altra Traiana-Calabra; ciò viene maggiormente rafforzato all’indomani della caduta dell’Impero Romano d’Occidente e alla discontinua espansione bizantina sul territorio salentino.
Si evince quindi una progressiva ascesa di Bari ed Otranto (città che sono utilizzate per lo smistamento delle truppe bizantine provenienti dai Balcani nell’entroterra pugliese) e un graduale ridimensionamento di Taranto e Brindisi (che insieme a Siponto costituiscono, almeno inizialmente, il nervo commerciale della penisola, in quanto da esse sono esportati ad Oriente i prodotti cerealicoli salentini). Tuttavia nella guerra greco-gotica la città jonica mantiene ancora una rilevante importanza strategica in termini militari, sebbene già avviata ad un inesorabile declino. Assai più rapida è la destrutturazione urbana di Brindisi e della sorella adriatica Egnazia, facilmente esposte ad attacchi nemici: a trarre immediato beneficio da questa situazione è la città di Oria che diventa diocesi sostituendo la stessa Brindisi. Consegue perciò un calo demografico di questi centri costieri, mentre le popolazioni sono più inclini a spostarsi nell’entroterra, favorendo lo sviluppo di strutture urbane con funzioni agricole orbitanti intorno alla diocesi oritana.

Panorama della città di Oria, posta a circa 166 metri s.l.m.

Panorama della città di Oria, posta a circa 166 metri s.l.m. – fonte: Wikipedia

Lo spostamento delle popolazioni salentine dalla costa all’entroterra è un fenomeno che tende ad acutizzarsi nei secoli successivi, e che non coinvolge solamente la città di Oria: le cause vanno ricercate in eventi bellici che partendo dall’invasione longobarda troveranno una certa continuità nelle incursioni saracene dei secoli successivi.
Tra le principali conseguenze determinate da questo fenomeno è la costituzione di nuove strutture urbane, o in alcuni casi, la riattivazione di altri centri già presenti nell’entroterra e che durante l’età classica avevano già subito un processo di spopolamento fino ad arrivare al loro completo abbandono. Ciò si ripercuote pure sugli assi viari, e come è accaduto per i grossi nodi stradali, vengono maggiormente alterati tutti quei collegamenti interni e quelle vie istmiche che sin dall’epoca dei messapi collegavano la costa jonica al versante adriatico.
Tutte queste cause comportano il rovinoso declino di questi percorsi, i quali – come si evince dalla relazione di Giuseppe Lugli, intento a tracciare un quadro complessivo della rete viaria salentina fino all’epoca romana – sono2:

“[…] una serie di strade, orientate quasi esattamente da nord a sud, che mettono in comunicazione la costa con l’interno, superando, o girando, monti, fiumi e vallate senza mai perdere l’orientamento. Il loro tracciato è certamente artificiale, ma resta l’incognita se siano di origine greca, in rapporto con la prima colonizzazione, oppure di età romana in rapporto con la centuriazione. In ogni caso viene da domandarsi se esse servissero a popolazioni provenienti dal mare e dirette verso l’interno, oppure a popolazioni indigene che scendevano dal mare per motivi di commercio. Di queste ipotesi sembra da preferirsi la prima, perché con l’orientamento preciso era più facile addentrarsi nella penisola e ritornare al punto di partenza.

In questo particolare contesto storico di destrutturazione urbana ha avuto origine la prima comunità salicese, nelle vicinanze di una via istmica assai controversa, collegante la città di Brundisium e Portu Sasine, e che è riferita da Plinio il Vecchio nel III libro della sua Naturalis Historia3:

Latitudo paeninsulae a Taranto Brundisium terreno itinere XXXXV patet multoque brevius a portu Sasine.

Dunque questo percorso istmico, avente un orientamento Nord-Sud, partiva da Brindisi e arrivava nell’attuale sito archeologico di Scalo di Furno, nei pressi di Porto Cesareo, passando da Tuturano, Cellino San Marco, masseria San Gaetano, Guagnano, Salice Salentino e Veglie. Oltre ad essere testimoniato nella sua totale interezza nelle carte I.G.M. del 1874 e nelle carte topografiche dell’ex Regno di Napoli, la sua esistenza pare essere ulteriormente comprovata dai ritrovamenti di reperti archeologici lungo il suo tragitto.

Carta delle province continentali dell'ex Regno di Napoli (sez. 8, col. XI). Revisione della carta di Rizzi Zannoni eseguita da ufficiali austriaci nel 1821. Scala 1:103:680

Tav. 1 – Carta delle province continentali dell’ex Regno di Napoli (sez. 8, col. XI). Revisione della carta di Rizzi Zannoni eseguita da ufficiali austriaci nel 1821. Scala 1:103:680 – fonte: Istituto Geografico Militare

Partendo da Brindisi si incontra il primo centro abitato, Tuturano, il quale ha una chiara origine prediale: ciò è avvalorato dalla scoperta di “un’epigrafe romana, ma di età cristiana e forse attribuibile ad un convertito alla nuova fede. Essa sta ora depositata nella chiesa di Santa Maria di Cerrate fra Squinzano e Trepuzzi. In essa è contenuto il nome Tutorius, dando più probabile conferma all’origine onomastica latina del toponimo. Tutor-Tutorius in latino significa difensore, protettore, guardiano.4
Continuando questo tragitto si arriva a Cellino San Marco, dove in contrada La Mea sono rinvenute tombe e altro materiale sporadico di età messapica, tra cui ceramica Apula a vernice nera (V-IV sec. a.C.), ceramica tipo Gnathia (IV-III sec. a.C.) e ceramica a vernice rossa di tipo Campano (III-II sec. a.C.).5

La via istmica che collega Brundisium a Portu Sasine tracciata dagli studiosi di Archeoveglie - fonte: Archeoveglie

Tav. 2 – La via istmica che collega Brundisium a Portu Sasine tracciata dagli studiosi di Archeoveglie – fonte: Archeoveglie

Più significative le testimonianze rinvenute sulla S.P. 104 che collega Cellino a Guagnano: nei pressi della masseria Veli è stata ritrovata una tomba che risale al 2000-1800 a.C. (definita “un caposaldo per lo studio delle origini della civiltà del bronzo in Puglia“).Giunti quasi in prossimità di Guagnano, nei pressi di masseria San Gaetano sono ritrovati i resti archeologici di un villaggio neolitico: esso è conservato in cattivo stato poiché nel corso del tempo ha subito sconvolgimenti a causa di sistematici interventi per scopi agricoli; nel sito archeologico sono recuperati vari frammenti di ceramica appartenenti a quattro tipologie, oltre che a reperti di manufatti litici e ossei.7 Oltre alle tracce di centuriazione e alle sue comparazioni con la toponomastica prediale già riprese nel precedente articolo (vedi Salice Salentino: uno sguardo alternativo sulle origini), nei pressi di masseria Palombaro viene ritrovato nell’agosto del 1938 un tesoretto di monete in argento attribuite ad epoca romana repubblicana così come il Direttore Sopraintendente pro tempore di Taranto ha potuto accertare visionando le monete di cui venne in possesso, conservate nel cassetto 14 del Medagliere presso la Sopraintendenza Archeologica di Taranto.8

Frammento rinvenuto a Veglie insieme ad altri frammenti della stessa brocchetta, non ricomponibili, nell'impianto di un palo elettrico in via Montegrappa a Veglie. Brocchetta o Lekythos messapica in argilla nocciola chiara. Collo stretto con labbro estroflesso appiattito a disco. Ansa a nastro, impostata superiormente sul labbro con coppia di elementi circolari e inferiormente alla spalla. Decorazione sul corpo a fasce circolari. Datazione 470 a. C. accertata col metodo della termoluminescenza su un frammento della stessa broccheta dal Laboratorio del Museo Statale di Berlino.

Frammento rinvenuto a Veglie insieme ad altri frammenti della stessa brocchetta, non ricomponibili, nell’impianto di un palo elettrico in via Montegrappa a Veglie. Brocchetta o Lekythos messapica in argilla nocciola chiara. Collo stretto con labbro estroflesso appiattito a disco. Ansa a nastro, impostata superiormente sul labbro con coppia di elementi circolari e inferiormente alla spalla. Decorazione sul corpo a fasce circolari. Datazione 470 a. C. accertata col metodo della termoluminescenza su un frammento della stessa broccheta dal Laboratorio del Museo Statale di Berlino.

A Veglie sono invece rinvenuti: reperti del neolitico inseriti nella collezione De Simone;9 tomba con corredo funerario (IV sec. a.C.) consistente in un cratere a campana di stile Apulo a figure rosse con scena funebre10, un oinochoe a vernice nera, un piatto rustico, un piccolo sckiphos a vernice nera e uno strigile in bronzo;11 frammenti di cratere a campana a figure rosse di fabbrica italiota (IV sec. a.C.);12 frammenti ceramici fra cui il collo di una brocchetta datata 474 a.C.;13 tombe con corredo funerario di epoca romana;14 reperti ceramici la cui datazione è del 490 a.C.15
Si giunge infine a Scalo di Furno16 che attesta una presenza umana che risale al XVIII-XVII sec. a.C. e arriva fino al periodo romano senza soluzione di continuità. Esistono alcune similitudini tra i terminali di questa via istmica: infatti a Scalo di Furno sono individuate piccole fornaci pertinenti al livello meso-appenninico fra il XVI e il XIV sec. a.C. affini a quelle rinvenute a Punta le Terrare presso Brindisi, oltre ad ulteriori relazioni tra i frammenti di ceramica “iapigia-geometrica” rinvenuti in loco negli strati pertinenti l’età del ferro con quella degli omologhi prodotti dell’altra sponda adriatica, Albania e Macedonia. L’importanza di Scalo di Furno viene inoltre testimoniata dalla scoperta in località Schiavoni (distante circa 3 km dal litorale) di un sito di reperti in superficie, la cui datazione va dal XXVII sec. a.C. al V sec. d.C17. Infine gli studiosi di Archeoveglie hanno individuato alcuni dei punti principali dove passava questa via istmica:18

La via istmica che proveniva da Brindisi, proseguendo dall’insediamento neolitico di masseria San Gaetano, tocca Guagnano e lambendo, ad ovest, Salice per la via vecchia giunge a Veglie entrando da Porta Nuova, prosegue per il Cardine Massimo, Porta Vecchia, Via Roma, Via ‘Case nuove’, Chiesa della Madonna dei Greci.
Questo tratto che attraversa Veglie, la vecchia via per il mare di Cesaria, veniva così descritta in un elenco delle strade comunali allegato ad una delibera della Giunta Comunale di Veglie in data 30 settembre 1867:
21) Altra strada comunale che parte dall’abitato e mena alla spiaggia di Cesaria e precisamente dalle cosidette Case Nuove, passando per Sant’Elia, rasendo i fondi della Cappella dei Greci e va a terminare al partifeudo di Leverano, lunga chilometri 5 e larga metri 6.

Il passaggio di questo percorso istmico a Veglie sembra confermato dalla struttura urbanistica del suo centro storico, in quanto è riconoscibile un reticolo di tipo romano con cardine e decumano. Questa ipotesi inoltre è avvalorata da un grande appassionato della storia locale vegliese, cioè il compianto Antonio Catamo. A tal proposito egli scriveva19:

A Veglie il ‘cardine’ è chiaramente tracciato dalla strada che va dalla Porta Nuova alla Piazza Umberto I e il ‘decumano’, dalla strada che, partendo da largo San Vito, andava al portone della casa dei farmacisti Negro. […] col trascorrere degli anni, nei secoli passati, la via che va da largo Sant’Irene, vicino alla Chiesa Matrice, a quel portone, è stata abusivamente cancellata. Un tempo, invece, esisteva in tutta la sua lunghezza, ed era chiamata ‘la via del Rivellino’, [il quale] nelle fortificazioni era l’opera avanzata oltre le mura.

Dettaglio del percorso suggerito dagli studiosi di Archeoveglei

Tav. 3 – Dettaglio del percorso istmico riguardante Salice Salentino e Veglie secondo l’ipotesi suggerita dagli studiosi di Archeoveglie (evidenziato in rosso) – fonte: Archeoveglie

Confrontando però la Carta delle province continentali dell’ex Regno di Napoli (sezione 8 colonna XI, 1820 – vedi tavola 1), si può osservare un’incompatibilità con la descrizione offerta dagli studiosi di Archeoveglie, almeno per ciò che riguarda Salice Salentino: infatti il sentiero da loro indicato, che lambisce questo comune, è coincidente con l’attuale via Vescovo Faggiano e parte dell’odierna via Fontana, fino a congiungersi con l’altra strada che mena verso Veglie. Ciò è riscontrabile dalla presenza di una struttura su questa strada, riportata nella Carta delle province continentali dell’ex Regno di Napoli (tavola 1), che essendo situata fuori dal centro abitato, coincide con il Convento di Santa Maria della Visitazione.
Dunque altrettanto probabile è l’ipotesi che potrebbe suggerire la percorrenza di questa via istmica dalla via vecchia Salice, la quale trova un suo naturale proseguimento con via Nicotera e, spaccando il paese a metà per un tratto ormai andato perduto – o passando dall’odierna via Cavour dove sorgeva l’antica locanda vecchia -, si riallacciava a contrada Pozzonuovo per poi proseguire verso Veglie attraverso l’attuale via Vittime di Marcinelle. Infatti la stessa Carta (tav. 1) sembra avvalorare l’ipotesi che la via vecchia Veglie, posta più ad ovest ancora non esisteva, mentre quella riportata è situata ad oriente rispetto al centro abitato. Ciò è riscontrabile nella stessa mappa in cui è proposta l’ipotesi degli studiosi di Archeoveglie (tavola 2).
Sulla scorta di questa riflessione si possono avanzare ulteriori ipotesi circa la costituzione del primo nucleo di Salice Salentino, che è sorto dunque a ridosso o in prossimità di questo percorso istmico.
Questo sembra essere confermato dalla presenza di antichissime chiesette e cappelle in direzione nord-est rispetto a rione Pozzonuovo; dallo stesso rione si prolunga in direzione per Veglie la menzionata via Vittime di Marcinelle, che oggi però risulta essere frammentata.

 

Atlante geografico del Regno di Napoli delineato per ordine di Ferdinando IV Re di Napoli, ecc. ecc., da Giovanni Antonio Rizzi Zannoni geografo di sua maestà e terminato nel 1808 (tav. 22) - fonte: Istituto Geografico Militare

Tav. 4 – In questa carta geografica è possibile riconoscere immediatamente la strada che collega Brindisi, Tuturano, Cellino San Marco e Guagnano. Per quanto concerne Salice Salentino la via che porta a Veglie si trova molto più ad est rispetto al convento, che invece è situato ad ovest del paese, fuori dal centro abitato agli inizi del XIX secolo. Atlante geografico del Regno di Napoli delineato per ordine di Ferdinando IV Re di Napoli, ecc. ecc., da Giovanni Antonio Rizzi Zannoni geografo di sua maestà e terminato nel 1808 (tav. 22) – fonte: Istituto Geografico Militare

Gran parte di questi edifici religiosi sono andati perduti nel tempo, eppure alcuni relitti archeologici perdurano ancora, assorbiti da qualche struttura privata (vedi Alla scoperta dei resti di una chiesa medievale in Salice Salentino). Inoltre, stando all’ipotesi suggerita da Giovanni De Nisi, autore del libro Salice Terrae Hydrunti – il quale fa riferimento a Pietro Palumbo in Storia di Francavilla, città in Terra d’Otranto – doveva già esistere un casale andato distrutto in seguito alle incursioni saracene del XI secolo, detto in precedenza Pozzovivo:20

“[…] verso il 975 […] i Saraceni erano nella Sicilia, donde vedendo il regno sgombro di milizie per le rivalità tra i Greci e i Longobardi, si gittarono sulle spiaggie di Brindisi e di Taranto. Da queste città cacciarono via i Greci e vi si stabilirono da padroni, essendo comandati da un loro capo chiamato Saba; rovinarono in prossimità di Taranto Castrignano e due casali detti di San Nicolò, e colà dov’è Cupertino i villaggi di Santabarbara, Castrì, Mollone, Cigliano, Puzzovivo e San Vito.

La via istmica citata da Plinio il Vecchio, secondo l'ipotesi della via per compendium, menando a Veglie attraverso via Vittime di Marcinelle.

Tav. 5 – La via istmica citata da Plinio il Vecchio, secondo l’ipotesi della via per compendium, passando per rione Pozzonuovo e andando a Veglie da via Vittime di Marcinelle (evidenziata in arancione).

Sempre secondo il suggerimento di De Nisi, in seguito all’attacco saraceno, il casale è ricostituito dalle poche famiglie superstiti, e in occasione di questa rifondazione muta il nome in Pozzonuovo. Quello che però può sembrare un chiaro riferimento al rione salicese non deve trarre in inganno: infatti esso può essere associato al termine puteum aqua vibe, col quale viene indicato nei diplomi bizantini e normanni una qualsiasi località che aveva una peculiare funzione ristorativa.
Partendo quindi da questa riflessione non si ha alcun riscontro logico sul fatto che Salice Salentino ha origini ben più antiche da quelle attestate dalle varie documentazioni e reperti archeologici; nonostante ciò si può dedurre che lo sviluppo del primo nucleo abitativo è avvenuto nelle vicinanze di fonti di acqua sorgiva, e correlato alla via istmica citata da Plinio il Vecchio, si può addirittura pensare all’esistenza di una stazione di ristoro nei dintorni o all’interno del paese. Ma anche se così non fosse, si può sempre ipotizzare che la via istmica può aver mutato nel tempo il suo antico tragitto, creando così un percorso per compendium che entrava nel paese, passando per lo storico rione Pozzonuovo (il quale, è doveroso ricordare, è posto in una zona che ha tra i più alti valori altimetrici del centro abitato, sopra una dorsale che si protrae da nord a sud sul lato orientale dello stesso). Il passaggio di questo collegamento viario tra Brundisium e Portu Sasine può suggerire inoltre un’altra affascinante ipotesi toponomastica, che al momento rimane infondata senza grandi prove a testimoniarlo: l’origine del nome di Salice Salentino dunque può dipendere da questa via istmica e può essere ricondotta ai termini latini sĭlex o sĭlice, con cui si riferisce spesso a selciati ma pure a strade non lastricate; quindi, per qualche motivo storico legato alla metamorfosi linguistica, Silice o Selice sono tramutati in Salice. Tuttavia, accantonando questa azzardata ipotesi, è possibile sviluppare ulteriori riflessioni inerenti l’origine toponomastica del paese valutando i motivi che hanno causato la decadenza del percorso istmico. Ma per far ciò è doveroso fare un passo in avanti con la cronologia degli eventi storici riguardanti la seconda battuta d’arresto che ha subito lo scenario salentino: l’invasione longobarda.


NOTE

1 Martin J.M. – Noyé G., La Capitanata nella storia del mezzogiorno medievale, Bari, 1991, pag. 191
2 Giuseppe Lugli, Vie di Magna Grecia, atti II convegno studi sulla Magna Grecia, 1962, pag. 87
3 Plinio il Vecchio, Naturalis Historia III (99/100) – trad.: “La larghezza della penisola da Taranto a Brindisi con cammino terreno si estende 45 miglia e molto più breve dal porto di Sasine.”
4 Brundarte di Francesco Guadalupi – Arte e Storia nella provincia di Brindisi, Chiesa della Madonna del Giardino di Tuturano. Cfr.: Pietro Bradascio, Tuturano, Ed. Amici della “A. De Leo”, Brindisi, 1989
5 Notiziario Topografico Salentino II – Museo Archeologico “Ribezzo” di Brindisi, 1974, pag.91-92-94
6 Felice Gino Lo Porto – La tomba di Cellino S. Marco e l’inizio della civiltà del Bronzo. Bollettino di Paletnologia Italiana, N. S. XIV, LXXI, LXXII, 1962-1963, pp. 191-224
7 Notiziario Topografico Salentino II – Museo Archeologico “Ribezzo” di Brindisi, 1974, pag. 84. Cfr. anche: Notiziario Topografico Salentino VII – Museo Archeologico “Ribezzo” di Brindisi, 1975, pag.23-35; Salvatore Bianco, Il villaggio neolitico di masseria San Gaetano, Ricerche e Studi VIII, Brindisi, 1975, pp. 23-36
8 Notizie tratte dall’Archivio Storico della Sopraintendenza Archeologica di Taranto. Posizione archivistica: B.3, F.37, sottofascicolo 2
9 Antonio Jatta, La Puglia Preistorica, tav.I-1914, pag. 72
10 Si riporta dall’articolo La via istmica Brundisium-Portu Sasine presente in Archeoveglie: “Il cratere viene così descritto dal Direttore del Museo Provinciale di Lecce, Mario Bernardini: “Cratere a campana di stile Apulo. Ramo di alloro sotto l’orlo.
a) Una donna vestita di chitone regge una patera e una benda, tra due efebi ignudi. Quello di destra ha la clamide avvolta intorno al braccio sinistro e reca un bastone e una benda. L’altro efebo cha ha una clamide come il precedente, regge un tirso e una patera.
b) Tre efebi ammantati: quello di mezzo con un lungo bastone. Sotto meandro a greca. Rotto ai manichi, bucato alla pancia. Disegno discreto. Alt. 0,40, diametro 0,40.” La lettera è inviata al Sopraintendente alle antichità di Taranto, dott. Nevio Degrassi, il 21 ottobre 1957, ed è custodita nell’Archivio storico Sopraintendenza Archeologica di Taranto, sottofascicolo 1,B.31 , F.87
11 Antonio Catamo, Storia di Veglie, Ed. L’orsa maggiore, Lecce, 1969, pag. 9
12 Rinvenuti nel 2004 presso Largo San Vito (Veglie).
13 Ritrovamento in Via Montegrappa (Veglie), a pochi metri da Via Madonna dei Greci. Crf.: Contro Voci, A.VI n°3,4; Archeoveglie, Veglie e la via Sallentina
14 Ritrovamento nei pressi di Porta Nuova (Veglie). Cfr. Rosario Jurlaro, Mediterranean, anno II N°4, 1968, pag. 19
15 Ritrovamento nelle vicinanze di Casa Porcara, nel feudo comunale di Veglie. Cfr: Radici – G. Negro, Biblioteca Archivio di Stato – Lecce, 1999 del Reg. cronologico di entrata, pag. 15 – Archeoveglie, Veglie: le origini, il nome
16 Il Prof. Domenico Novembre individua Scalo di Furno con ritrovamenti in superficie di reperti ceramici; invece gli scavi archeologici sono eseguiti dal Prof. Felice Gino Lo Porto per conto della Sopraintendenza Archeologica di Taranto.
17 Felice Gino Lo Porto, Porto Cesareo e l’insediamento protostorico di Scalo di Furno in Archeologia dei Messapi, Edipuglia, 1990, pag.221
18 Archeoveglie, La via istmica Brundisium-Portu Sasine
19 Antonio Catamo, Pagine e Ricordi – vol. I, Dino Levante (a cura di), Bibliotheca Minima, Novoli, 2006, pp. 45-46
20 Pietro Palumbo, Storia di Francavilla, città di Terra d’Otranto, Tipografia Ed. Salentina, 1869, pag. 10


BIBLIOGRAFIA

Archeoveglie | La via istmica Brundisium – Portu Sasine
Archeoveglie | Veglie. Le origini, il nome
Brundarte | Chiesa della Madonna del Giardino, Tuturano (BR)
Bianco Salvatore, Il villaggio neolitico di masseria San Gaetano, Ricerche e Studi VIII, Brindisi, 1975
Catamo Antonio, Storia di Veglie, Ed. L’orsa maggiore, Lecce, 1969
Catamo Antonio, Pagine e ricordi (vol. I), Levante Dino (a cura di), Bibliotheca Minima, Novoli, 2006
De Nisi Giovanni, Salice Terrae Hidrunti, storia aneddotica dal X al XX secolo, Esse-gi-Esse, Ostia Lido di Roma, 1968
Lepore Giorgia, Il territorio di Oria dal tardoantico al XI secolo, III Congresso Nazionale di Archeologia Medievale, Castello di Salerno, Complesso di Santa Sofia (Salerno, 2-5 ottobre 2003), Fiorillo Rosa e Perduto Paolo (a cura di), Ed. All’insegna del Giglio, Firenze, 2003
Palumbo Pietro, Storia di Francavilla, città di Terra d’Otranto, Tipografia Ed. Salentina, 1869

Author: Alessio Sacquegna

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