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Valdrada, la città riflessa

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La città di Valdrada, tratta dal celebre romanzo “Le città invisibili” di Italo Calvino, è la prima della serie “Le città e gli occhi”.
Il Marco Polo calviniano, durante le sue lunghe discussioni con l’imperatore dei Tartari Kublai Kan, la descrive come segue:

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Gli antichi costruirono Valdrada sulle rive d’un lago con case tutte verande una sopra l’altra e vie alte che affacciano sull’acqua i parapetti a balaustra. Così il viaggiatore vede arrivando due città: una diritta sopra il lago e una riflessa capovolta. Non esiste o avviene cosa nell’una Valdrada che l’altra Valdrada non ripeta, perché la città fu costruita in modo che ogni suo punto fosse riflesso dal suo specchio, e la Valdrada giù nell’acqua contiene non solo tutte le scanalature e gli sbalzi delle facciate che s’elevano sopra il lago ma anche l’interno delle stanze con i soffitti e i pavimenti, la prospettiva dei corridoi, gli specchi degli armadi.
Gli abitanti di Valdrada sanno che tutti i loro atti sono insieme quell’atto e la sua immagine speculare, cui appartiene la speciale dignità delle immagini, e questa loro coscienza vieta di abbandonarsi per un solo istante al caso e all’oblio. Anche quando gli amanti danno volta ai corpi nudi pelle contro pelle cercando come mettersi per prendere l’uno dall’altro più piacere, anche quando gli assassini spingono il coltello nelle vene nere del collo e più sangue grumoso trabocca più affondano la lama che scivola tra i tendini, non è tanto il loro accoppiarsi o trucidarsi che importa quanto l’accoppiarsi o trucidarsi delle loro immagini limpide e fredde nello specchio.
Lo specchio ora accresce il valore delle cose, ora lo nega. Non tutto quel che sembra valere sopra lo specchio resiste se specchiato. Le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso e gesto rispondono dallo specchio un viso o gesto inverso punto per punto. Le due Valdrade vivono l’una per l’altra, guardandosi negli occhi di continuo, ma non si amano.

Questa città, con il suo lago e le sue verande riflesse, si presenta inizialmente invitante e affascinante da un punto di vista paesaggistico.
Ben presto però, ci si rende conto che quel placido lago non è altro che uno specchio che riflette le azioni della gente, un occhio fisso, una irritante telecamera costantemente puntata. In termini moderni, questo lago può essere assimilato anche ad una sorta di facebook, ma che, al contrario di esso, mette in evidenza il nostro vero “io” e non quello costruito dall’immagine narcisistica dei link e delle frasi fatte. È come lo specchio della nostra coscienza, che riflette tutto ciò che vorremmo nascondere agli altri e, forse, anche a noi stessi. Uno specchio che mette in risalto tutto, dalle gioie più intime alle debolezze, che ricorda anche la paura del giudizio che la società potrebbe avere su di noi o sulle nostre azioni. Quel giudizio pesante come un macigno, che a volte accresce il valore delle cose e altre volte lo nega.
Diventa perciò evidente che questa Valdrada riflessa, così odiata dalla Valdrada reale, non fa altro che mettere insistentemente a nudo la sua gente, che è costretta perciò a mostrarsi per quella che è, cioè senza la maschera delle apparenze. Una situazione talmente incresciosa per questi cittadini che, preoccupati dalla loro immagine riflessa, decidono di non abbandonarsi mai “al caso e all’oblio”, privandosi anzi delle proprie passioni, dei propri slanci, della propria essenza di vita.

Author: Daniele Perrone

Dottore triennale in Ingegneria Civile. Appassionato di argomenti tecnico-scientifici, urbanistica, ambiente e politica pragmatica.

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