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Torri costiere in Terra d’Otranto (Parte prima)

Quella delle torri fortificate è un’architettura militare maestosa e silenziosa. Un’architettura che, nonostante il suo ruolo ormai esaurito, fissa ancora lo sguardo verso quel mare, fraterno e ostile, con il quale condivide la sua vita.
A causa della sua collocazione geografica, la penisola salentina è sempre stata terra di frontiera nel Mediterraneo. Fin dall’età romana, ma anche durante l’Impero Bizantino, il mare che bagna l’antica Terra d’Otranto ha rappresentato per questa penisola un fondamentale nodo culturale e commerciale con il resto del Mediterraneo. Quello stesso mare, che ha portato ricchezza e scambi, è stato però anche simbolo di fatalità, condizionando per secoli la vita delle popolazioni autoctone, costrette a fare i conti dapprima con le incursioni saracene e, successivamente, con quelle turco-ottomane.

Otranto: torre del Serpe.

Otranto: torre del Serpe.

A partire dal VIII – IX secolo, fino al ‘700 inoltrato, ci sono stati innumerevoli incursioni lungo la costa (e persino nei centri dell’immediato entroterra), che hanno costretto le popolazioni locali a realizzare delle fortificazioni costiere. Alcune torri furono costruite già in epoca romana, altre ancora dai Bizantini, per difendersi dalle invasioni dei Longobardi, ma all’assetto difensivo contribuirono anche i normanni, gli svevi e gli angioini. Nel 1220, Federico II di Svevia fece edificare la torre di Porto Cesareo e dieci anni più tardi fece restaurare la Torre del Serpe di Otranto. Su commissione di Carlo II d’Angiò, invece, fu edificata la brindisina Torre del Cavallo (1301).
La maggior parte di esse però fu realizzata a partire dal 1563, sotto il governo spagnolo di Carlo V, cioè poco prima della storica battaglia di Lepanto (1571) che avrebbe ridimensionato le pretese turco-ottomane nel Mediterraneo occidentale (Vedi Storie di pirateria in Terra d’Otranto). La presa di Otranto del 1480, il sanguinoso saccheggio di Castro nel 1537 e tutte le incursioni piratesche e corsare che si susseguirono tra il XV ed il XVI secolo, misero in luce la necessità di installare lungo le coste salentine un vero e proprio sistema difensivo.
Si avviò quindi una strategia difensiva e organica che prevedeva la costruzione ex novo di torri di avvistamento, nonché la ristrutturazione di quelle già presenti. Il piano di difesa prevedeva inoltre, di pari passo a queste opere, la fortificazione di castelli e di masserie già presenti nell’entroterra, in modo da proteggere e preservare anche le fondamenta su cui si basava l’economia salentina. Nel 1563, infatti, fu emanata un’ordinanza con la quale si stabiliva che ogni opera fortificata dovesse essere autorizzata dalla Regia Corte, mentre quelle già esistenti e ritenute idonee sarebbero state espropriate. Si stabiliva, inoltre, che ogni torre doveva “guardare a vista” la precedente e la successiva.

Ugento: torre Mozza.

Ugento: torre Mozza.

Ben presto, però, divenne evidente che erigere tante torri lungo le coste era un’impresa alquanto ardua e dispendiosa. Sicché, per rendere queste opere più economiche alle casse statali, venne escogitata una “scappatoia” che consisteva nel ripagare con il titolo di “capitano di torre” colui che avrebbe preso l’impegno, in una determinata località, di erigere una torre costiera. Questo stratagemma si rivelò alquanto efficace non solo per le autorità spagnole, ma anche per gli stessi capitani di torre, che assumevano, così, il diritto di riscuotere dazi e il potere di non offrire riparo a chi fosse stato inadempiente. Non solo, grazie alla loro autorità, traevano anche enormi profitti con le navi mercantili che approdavano nel porto. Le università (ovvero le corporazioni locali) dovevano invece farsi carico del pagamento dei salari dei militi e dei cavallari in servizio presso la torre, nonché delle spese di manutenzione della stessa, per essere successivamente rimborsate dallo Stato.
Dal punto di vista architettonico, in queste nuove costruzioni scompare del tutto la base circolare, che viene sostituita da quella quadrata, peraltro già esistente in alcuni esempi precedenti. Tra le altre caratteristiche, vi è lo sviluppo tronco-piramidale in elevazione e la presenza di caditoie su ogni prospetto. Nel basamento delle torri si trovava solitamente una cisterna per la raccolta e la conservazione delle acque piovane. Sulla volta della cisterna (solitamente a primo piano) veniva costruito un unico ambiente abitabile, al quale si accedeva esclusivamente dal lato esposto verso la terraferma. Il terrazzo era invece accessibile attraverso scale retrattili e su di esso venivano alloggiati gli armamenti e gli strumenti di segnalazione. In genere, chi avvistava navi nemiche, usava avvertire la popolazione tramite allarmi sonori, come il corno e le campane, oppure con segnali visivi, come il fumo (durante il giorno) o il fuoco (durante la notte).

Solo poche torri, in particolare sullo Ionio, a nord di Gallipoli, hanno dimensioni maggiori (denominate come “Serie di Nardò”). Questo perché, oltre ad essere utilizzate come sede di comando, servivano anche per stipare merci e radunare uomini. Un’altra particolarità  era la presenza – per alcune di esse – di una lunga e imponente scalinata esterna con la quale si accedeva alla torre.

Tipologia di muro a "sacco" con pietrame interno.

Tipologia di muro a “sacco” con pietrame interno.

Dal punto di vista costruttivo, però, non tutte le torri diedero gli esiti sperati. La costruzione di questi manufatti, caratterizzata da tempi relativamente lunghi e ostacolata spesso dalle scarse risorse economiche, costrinse molti capimastri a fare dei lavori più veloci e grossolani. Molti di essi, infatti, per risparmiare tempo e denaro, ricorrevano ad accorgimenti che si sarebbero rivelati poi deleteri per la conservazione a lungo termine. Si pensi ad esempio a Torre Mozza (situata nei pressi della marina di Ugento), così detta perché crollò più volte, anche subito dopo la sua realizzazione. La causa di questi crolli è dovuta al grossolano errore di impastare “furbescamente” la malta con acqua marina al posto di acqua dolce. La presenza dei sali iodati nei leganti causa infatti erosioni, rigonfiamenti e processi chimici che a lungo andare degradano le strutture fino a portarle al collasso. Ma, oltre ai problemi connessi alla malta, altre “frodi” costruttive arrecarono danno allo Stato e lasciarono importanti tratti di costa scoperti; uno di questi era la realizzazione di mura “a sacco” vuote nel loro interno. Tuttavia, anche a quei tempi esisteva una direzione e una gestione del cantiere, proprio con lo scopo di sorvegliare i capimastri e di valutare la “regola d’arte” dei lavori. Ad opera conclusa, si eseguiva anche il collaudo ad opera degli ingegneri regii.
Il partitario (ovvero l’appaltatore) rilasciava una garanzia alla Regia Corte, solitamente compresa tra i 300 ed i 500 ducati per ogni torre, e, durante lo svolgimento dei lavori, veniva sorvegliato da un “soprastante” affinché si attenesse alle prescrizioni dategli.
Pare che le torri edificate nella provincia della Terra d’Otranto fossero in tutto 132, ma ad oggi se ne contano a malapena una novantina. Alcune sono tuttora conservate e riqualificate, molte altre sono ridotte a dei ruderi o poco più che le rendono quasi irriconoscibili, altre ancora non sono mai state trovate. Questo aspetto sarà approfondito in “Torri costiere in Terra d’Otranto (Parte seconda)“, che fornirà un elenco descrittivo delle torri costiere del litorale salentino.


FONTI:

Banca Popolare Pugliese | Le torri costiere intorno a Gallipoli (di Tommaso Leopizzi), marzo 1984.
Bistrò Charbonnier | Le torri costiere in Terra d’Otranto (Parte seconda).
GAL Terra d’Arneo | Linee guida per il recupero dei siti e degli edifici di particolare interesse storico e culturale.
Salento.com | Le torri costiere, un capitolo di storia nel Salento.
Salento Viaggi | Torri Costiere – Torri di avvistamento – Torri di guardia nel Salento.
Salentu.com | Torri costiere e torri fortificate nel Salento.

Author: Daniele Perrone

Dottore triennale in Ingegneria Civile. Appassionato di argomenti tecnico-scientifici, urbanistica, ambiente e politica pragmatica.

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